La Chiesetta di San Vincenzo

L’Antica Chiesa di San Vincenzo in Cucciago

 

Il crinale che caratterizza il nucleo antico di Cucciago e da cui ancora scendono alcuni ciglionamenti agricoli, è stato per secoli segnato dalla presenza di due edifici religiosi: la chiesa di S.Vincenzo, a partire dall'alto medioevo e il Santuario della Madonna della Neve dal 1733.

 

Il nuovo Santuario ha prevalso, nell'ordine paesaggistico, divenendo il simbolo riconoscibile, da lontano, di Cucciago.

Tuttavia il campanile romanico, piccolo rispetto alla imponente mole della chiesa settecentesca (il cui campanile non è mai stato costruito), è sempre stato mantenuto con il senso della sacralità che protegge manufatti e luoghi venerati dalla

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tradizione popolare antica, unico segno visibile dell'antica Chiesa, trasformata sia all'interno che all'esterno in edificio residenziale, deposito e sacrestia. Il restauro, terminato nella primavera del 2002, ripropone, sulla base di sicuri elementi emersi nelle murature antiche, nelle fondazioni e nei frammenti pittorici, lo spazio di questa prima chiesa di Cucciago, importante in quanto matrice di fede cristiana in queste terre, al pari di San Vincenzo di Galliano, di San Pietro al Monte di Civate e di altre architetture romaniche e preromaniche lombarde. Il rinvenimento di una porzione di affreschi, databili agli ultimi decenni del 1000, nella porzione di abside scoperta nello spessore del muro di tamponamento, offre un elemento nuovo ed importante, per la comprensione dell'edificio e del suo ruolo nella storia di Cucciago. La storia dei fatti dell'anno 1000 è dominata a Cucciago dalla figura di S.Arialdo; le notizie riferite da Andrea da Strumi, monaco vallombrosano, biografo e contemporaneo del santo cucciaghese, nel testo "Passione del Santo martire milanese Arialdo" narra fatti del 1057 relativi alla distruzione da parte dei nemici di Arialdo della chiesa da lui costruita in Cucciago. Questa narrazione precisa che la chiesa era "fuori dall'abitato". Si tratta quindi della chiesa dei SS. Gervaso e Protaso, dato che San Vincenzo è prossima all'abitato. Le notizie più antiche circa la chiesetta di San Vincenzo sono contenute nel "Liber Sanctorum" di Goffredo da Bussero del secolo XIII. Viene documentata non solo l'esistenza a Cucciago della Chiesa dei Santi Gervaso e Protaso e della chiesetta di San Vincenzo, ma è pure indicata la presenza in quest'ultima di un altare dedicato a Santo Stefano che dovrebbe risalire agli ultimi decenni del secolo XIII. E' verosimile che la chiesa di San Vincenzo fosse pre-esistita all'epoca di Sant'Arialdo come chiesa della comunità, mentre la chiesa dei SS. Gervaso e Protaso costituisce una iniziativa personale di S. Arialdo per farne, con gli edifici annessi, una canonica; non è un caso che successivamente sarà essa ad essere assorbita dall'abbazia benedettina di San Benigno di Fruttuaria in Piemonte. I dipinti emersi nel recente restauro confermano la tesi dell'importanza di San Vincenzo e del suo più antico consolidamento nel territorio. Anche il fatto che San Vincenzo misurasse metri 11 x 8,5 mentre Santi Gervaso e Protaso misurasse metri 14 x 8 fa propendere per la maggiore antichità della chiesa più piccola. Obiettivo principale del restauro è stato il ripristino e l'evidenziazione dell'originaria chiesa di S.Vincenzo. Gli elementi costitutivi necessari per il riconoscimento dell'originario edificio sacro sono: l'abside, la facciata principale, il soffitto a capanna retto da capriate, il pavimento ribassato. L'abside è stata ricostruita nelle forme e nella posizione originaria; molti indizi e reperti, messi ora in evidenza, ne hanno permesso l'esatta ricostruzione. Il materiale usato è stato il calcestruzzo, per evidenziare chiaramente l'intervento contemporaneo. All'interno, i residui di affresco recuperati risultano così inseriti nella loro spazialità originaria, risultando meglio espressivi e comprensibili. In facciata, al fine di far leggere la struttura della chiesa antica, è stata rifatta la falda del tetto inclinata come nel disegno del 1847.

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Sono state chiuse le due finestre, costruite nell'ottocento per dar luce all'abitazione, e sono stati ripristinati l'antica porta d'ingresso ed il piccolo rosone circolare centrale. Sono state messe in evidenza le parti di muratura antica, differenziandole dagli interventi più recenti ricoperti da intonaco. Tutte le coperture che corrispondono alla costruzione originaria sono rivestite con lastre di pietra. All'intemo il soffitto a capanna, sostenuto da capriate, è stato ricostruito in modo che le dimensioni effettive e le proporzioni tra pianta ed alzati corrispondano alla navata dell'antica piccola chiesa pre-romanica. Il pavimento è stato abbassato alla quota delle lastre tombali ritrovate. Per avere accesso alla chiesa si scendono due gradini. I vari livelli di pavimento, costruiti nel corso dei secoli e rinvenuti negli scavi, sono stati messi in evidenza nell'abside. Infine, gli archi che collegavano la chiesa di San Vincenzo con la chiesa gemina di Santo Stefano sono stati messi in evidenza nella loro struttura in conci di pietra. Nell'edificio annesso, sorto inizialmente come espansione absidale della chiesa orientata nord- sud, poi trasformato in residenza, sono state semplicemente distribuite al piano terra le funzioni necessarie all'uso della sala per conferenze ed al primo piano un mini-alloggio. Il restauro delle strutture murarie superstiti e il recupero volumetrico della medievale chiesa di San Vincenzo di Cucciago è stato valorizzato dal rinvenimento di due frammenti ad affresco collocati sui setti laterali dell'abside, parte della decorazione pittorica che in antico doveva rivestire l'intera superficie absidale interna. Il frammento di destra presenta due figure a mezzo busto frontali e aureolate, di cui una parziale; in quello di sinistra i profili di un'aureola e di un busto consentono di individuare una terza figura, non più leggibile. Il personaggio più integro di destra è affiancato da una scritta colonnare. Le lettere conservate sono sufficienti a suggerire le integrazioni: SC(S)/(M/A/T/)H/E/U/S, e il nome dell'apostolo Matteo. L'identificazione è avvalorata dalla presenza dell'attributo che gli è proprio, un Evangelo, retto con la mano sinistra ammantata, in segno di rispetto del testo sacro, e protetto sotto il manto. Alla sinistra sono le lettere terminali del nome della figura vicina, recante un rotolo, MI (A?)/S, le cui iniziali, completamente perdute, avrebbero potuto essere le seguenti: (S/C/S/T/H/ 0?) e indicare l'apostolo Tommaso. I dati, per quanto scarni, permettono così di immaginare l'intera raffigurazione, composta dalla sequenza, insolitamente non a figura intera, dei dodici Apostoli, accompagnati ciascuno da un attributo e dal nome. E' lecito anche ipotizzare la presenza di una Majestas Domini nel catino soprastante, secondo una iconografia abbastanza ricorrente in età medievale. Il frammento di destra conserva una superficie abbastanza estesa d'intonaco originario del catino, ma le gravi perdite di colore non consentono di stabilire se a fianco della probabile mandorla con il Pantocrator fossero figure angeliche o i simboli degli Evangelisti. Sono invece ancora ben leggibili tracce delle cornici di inquadramento e di separazione delle scene. Un banda rosso/bruna, profilata da perline e da una sottile linea bianca tracciate a secco, è utilizzata come delimitazione delle raffigurazioni. Le scene del catino e della conca sono separate da una cornice composta da tre fasce, una mediana grigia tra due di color ocra, la superiore delle quali presenta segmenti obliqui simulanti mensoline prospettiche, che alludono ad un illusorio aggetto della parete soprastante. A destra e in basso la sequenza degli Apostoli è contornata da altre due fasce che suggeriscono la spalletta e il davanzale di un'apertura, al di là della quale sono le figure, emergenti da un fondo blu cupo. Gli Apostoli, in uno spazio non scandito da ulteriori elementi architettonici, si affacciavano pertanto da un esterno buio verso l'interno luminoso dell'abside. Un lacerto in basso, sotto la fascia rosso/bruna, riporta le tracce di un nastro bicolore piegato a 45', elemento caratteristico di una cornice a meandri assonometrici, posta a separare la raffigurazione degli Apostoli dalla decorazione della superficie inferiore della parete. Per quanto realizzato con mezzi elementari, l'impianto architettonico dell'abside si presentava articolato e ricco di effetti spaziali. L'impostazione pittorica della figura umana si coglie dal brano ben conservato con l'apostolo Matteo. L'autore staglia l'immagine in primo piano contro la superficie dello sfondo scuro. La costruisce mediante campiture sovrapposte di colori smaltati e contrastanti, organizzati in piani geometrizzanti, sui quali interviene con lumeggiature e segni a pennello sia per definire i tratti del volto, sia per creare il panneggio delle vesti, con il quale asseconda il movimento degli arti. L'apostolo, con la destra alzata in atto benedicente, indossa una veste blu ravvivata da lumeggiature argentee e un manto ocra con profilature marroni. Il viso, stretto e allungato, è incorniciato da un'ampia e luminosa aureola circolare, sebbene abrasa, e adornato dalle grandi iridi scure, che conferiscono un'espressione attonita per quanto non altera. Gli incarnati sono resi da un ocra intenso, rialzato dal bianco dei lumi e solo scarsamente ombreggiato.

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A secco sono disegnati il naso, la bocca, gli occhi, le linee di espressione con tratti sottili a pennello e le guance con cerchi rossi. I mezzi tecnici impiegati, quali le campiture sovrapposte date con pennellate decise e le lumeggiature, gli effetti spaziali conferiti alle cornici, il particolare rapporto ricercato tra figure e sfondo e gli elementi decorativi utilizzati, come il meandro greco e la profilatura a perline, caratteristici della cultura figurativa a cavallo del Mille e nella prima metà dell'XI secolo, sembrano derivare in modo particolare dalla diretta conoscenza della decorazione absidale della chiesa di San Vincenzo di Galliano, realizzata da una personalità di primo piano entro il 1007 su commissione di Ariberto d'Intimiano, nobile della feudalità briantea e futuro arcivescovo di Milano. Le affinità e la vicinanza del luogo inducono a credere che presso lo straordinario cantiere canturino, rinnovato come preciso segno di prestigio e propaganda dell'autorità arcivescovile milanese al limite estremo del proprio territorio, possa essersi svolto l'alunnato dell'autore del ciclo di Cucciago, che viene così a costituire un nuovo punto di forza di tale sistema di controllo territoriale. Tuttavia il maestro di Cucciago dimostra un temperamento meno impetuoso e una assimilazione addomesticata dell'aulico fraseggiare dell'illustre Maestro dell'abside di Galliano, protagonista del trasferimento nel campo pittorico degli alti esiti raggiunti dall'arte suntuaria milanese, orafa ed eburnea, al tempo della rinascenza ottoniana. L'intenso cromatismo mira ancora a raggiungere un effetto smaltato come quello dei prodotti di oreficeria, ma perde in plasticità. Le campiture sovrapposte non creano più il volume dei corpi, ma un gioco di piani geometrici. Le lumeggiature a calce, che a Galliano erano stese prima liquide e poi a corpo per dare consistenza ai volti, si traducono ora in tracciati decorativi di superficie. Si tratta della traduzione, dall'alta tenuta qualitativa, di un linguaggio che aveva i propri modelli nella cultura figurativa classica, ma che da questi è ormai distante per avviarsi su un diverso terreno di ricerca

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Parrocchia SS. Gervaso e Protaso

Indirizzo: Via Umberto I, 4, 22060 Cucciago CO

Telefono031 787269

cucciago@chiesadimilano.it